Cineclub Louis & Auguste Lumière - Stagione cinematografica 2003 - 2004
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Scheda del film
Jenin jenin
Jenin jenin
 

Titolo originale: idem - documentario
 
 
Nazione e anno: Fr.-Ger.-Marocco 2002
 
Durata: 54 min.
 
scritto da Moahmed Bakri
prodotto da Iyad Samudi, Mohamed Bakri
 
Regia : Mohamed Bakri
   

Una vivida testimonianza sull’attacco portato dalle forze dell’esercito israeliano nell’aprile 2002 ai danni del campo profughi palestinese di Jenin, radendolo al suolo totalmente.
Israele per ciò è stato accusato di crimini di guerra da parte di numerose organizzazioni umanitarie. Particolare attenzione viene rivolta alla condizione ed alle voci dei bambini, nati e vissuti e destinati a crescere in perenne stato di guerra con la violenza come compagnia abituale.

IL PRODUTTORE ASSASSINATO

Iyad Samoudi, il produttore esecutivo di Jenin Jenin, è stato ucciso a soli 25 anni dall' esercito israeliano il 23 giugno 2002. Quella mattina, alle 4.30, i soldati erano arrivati per effettuare alcuni arresti. Se c'era una cosa che Iyad - e, come lui, la maggior parte degli abitati dei Territori occupati - odiava, era l'umiliazione.
"Una volta mi aveva detto che avrebbe preferito morire",
racconta Bakri che, assieme alla troupe, durante le riprese aveva dormito nella sua casa.
Così quel giorno maledetto ha preso la porta ed è scappato. Lo hanno colpito senza ragione. Sposato alcuni mesi prima, senza figli, Iyad aveva visto Bakri recitare in uno dei suoi film; voleva lavorare per il cinema e l'aveva dunque ricercato.
"Era un ragazzo sveglio, sempre pronto a scherzare, pieno di vita", dice il regista. Jenin Jenin è dedicato a lui, che non ha nemmeno avuto l' opportunità di vedere questo documentario a montaggio finito.

MOHAMMAD BAKRI
Mohammad Bakri è nato in un villaggio della Galilea 50 anni fa. E’ attore di teatro e di cinema, produttore e regista.
Dai primi anni ’80 ad oggi ha interpretato moltissimi film, soprattutto di autori israeliani e palestinesi. Del 1984 è l’intenso ruolo di Issan, combattente palestinese in carcere, nel film Oltre le sbarre dell’israeliano Uri Barbash; nel 1991 guida un commando dell’OLP nell’antimilitarista Cup final dell’israeliano ; nel 1995 è la volta de La favola dei tre diamanti del palestinese Michel Khleifi (storia di un bambino che riesce a sognare nonostante viva nella Gaza sotto occupazione); nel 1996 interpreta il personaggio del “folle” Haifa nell’omonimo film attraverso cui il regista Rashid Masharawi ci mostra di cosa è fatta la vita in un campo profughi palestinese; nel 1997 è la regista algerina Rachida Krim a dirigere Bakri in Sotto i piedi delle donne, film al femminile dedicato alla lotta di liberazione algerina e presentato con successo nell’edizione 1998 del Festival Cinema delle Donne a Torino; sempre nel 1997 Bakri interpreta - e produce – il film di Ali Nasser La via lattea, una storia ambientata in Galilea negli anni ‘60 all’inizio dell’occupazione israeliana; infine, lo scorso anno ha recitato in Desperado Square di Benny Torati, una sorta di Nuovo Cinema Paradiso trasportato all’interno di una comunità di ebrei sefarditi che vive nei pressi di Tel Aviv.
Come regista ha girato due documentari. Prima di Jenin jenin, ne girò un altro intitolato semplicemente 1948, è dedicato alla memoria della Nakba, la Catastrofe, che colpì il popolo palestinese all’indomani della proclamazione dello Stato sionista. Gli anziani intervistati raccontano come persero tutto, gli orrori della persecuzione e della deportazione, come divennero rifugiati... E le loro testimonianze sono intercalate dalle stupende liriche del grande poeta Mahmoud Darwish interpretate da uno dei più noti gruppi musicali palestinesi, Sabrine, e dalla giovane figlia di Bakri, Yaffa.

LE CINEPRESE CLANDESTINE DELLA PALESTINA
Intervista a Mohamed Bakri, di Cristina Piccino (Il Manifesto - 15 giugno 2002)

(…) Cristina Piccino - Parliamo del cinema palestinese, di cui sei tra i protagonisti. Sta crescendo una nuova generazione, penso a Elia Suleiman, Hany Abu-Assad, regista di “Rana’s wedding”
... Mohamed Bakri - In Palestina non esiste un’industria cinematografica.
Ci sono talento, passione per il cinema, voglia di fare più che conoscenza. Pochi registi sono andati a scuola, hanno avuto un’educazione professionale, Elia Suleiman o Michel Khleifi, Rachid Masharawi non ha mai studiato, ha fatto due film imparando sul campo. Credo però che nel cinema come nella medicina sia impossibile andare avanti solo con l’improvvisazione, si devono avere delle conoscenze di base. Inoltre non abbiamo sale cinematografiche, ce ne era una a Ramallah che gli israeliani hanno distrutto, non abbiamo pubblico perché la gente deve affrontare problemi elementari come mangiare. Per girare i nostri film abbiamo bisogno delle coproduzioni, la Palestina oggi è un punto “caldo” del mondo, questo crea interesse ma al tempo stesso la dipendenza rende più faticoso essere liberi di raccontare la propria realtà.
CP - Cioè?
MB - Il punto non è fare o meno un film sul paese d’origine, se sono un buon regista posso girarne uno meraviglioso a Roma. La nazionalità non dovrebbe diventare un valore. Ciò che conta è la tua storia, l’infanzia, l’esperienze vissute, quelle caratteristiche che formano la personalità di ognuno. Nel cinema il cuore è l’essere umano, da qui prendono forma le storie, i luoghi. Credo che noi palestinesi abbiamo una forza speciale nella nostra lotta per la dignità. Da 54 anni siamo senza un paese, senza passaporto, viviamo in uno stato di occupazione eppure proviamo a esistere, a cercare un’identità. Il cinema è uno strumento prezioso per tenere vivo nella memoria quanto ci è stato rubato e distrutto nel 48. Israele continua a accusarci dicendo che siamo terroristi e che vogliamo annientarli. Ma sanno bene che è falso, possiamo addurre molti esempi, l’ultimo quanto è accaduto nel campo di Jenin.
CP - Come hai fatto a girare?
MB - Sono entrato clandestinamente, e solo chi è stato lì può capire fino in fondo cosa è accaduto realmente. Il terrore della gente e l’intenzione di distruggere tutto, di uccidere da parte di una macchina da guerra che stava attaccando un piccolo campo profughi. Non voglio essere aggressivo nelle mie frasi ma è stato un massacro. Riprendere era molto difficile, i militari entravano e uscivano, circondavano tutto. Dentro potevi vedere la tragedia negli occhi dei sopravvissuti, sono stati giorni molto duri per me e non come palestinese ma da essere umano. Ero sconvolto, mi chiedevo continuamente come fosse possibile che un uomo facesse questo a un altro uomo, come fosse possibile tanta crudeltà. C’erano delle frasi in ebraico sui muri tipo: “Buon soldato, Jenin è casa tua, proteggila per favore” dove avevano raso al suolo tutto. Nella moschea, un luogo santo, avevano rovesciato le cassette delle offerte rubando i soldi, sul muro avevano scritto “Viviamo e dispensiamo vita”, avevano disegnato un sarcastico fumetto con la colomba della pace. Ovunque c’erano i nomi dei soldati con accanto “Io ero qui”, per umiliarli marchiavano coi numeri i prigionieri.
CP - Il tutto nel silenzio dei potenti del mondo.
MB - In Europa il senso di colpa per l’Olocausto è ancora molto forte e noi paghiamo per questo. Non posso accettare però che lo sterminio degli ebrei compiuto da altri ricada su noi palestinesi, ho l’impressione che neanche le nuove generazioni tedesche abbiamo pagato un prezzo così alto.
CP - Pensi davvero che sia questo? O non altro, per esempio interessi economici, la politica dell’occidente verso il mondo arabo specie dopo l’11 settembre?
MB - Non mi piace fare dei paragoni ma è incredibile come l’Europa abbia pianto per le Twin Towers dimenticando che quanto hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq è molto peggio. C’è un popolo che continua a morire di fame, di malattie per il quale nessuno si preoccupa o ha simpatia. Mi rattrista ciò che è accaduto a New York, sono contro ogni forma di terrorismo ma non posso dimenticare cosa è successo e continua a succedere altrove. Il problema è che noi arabi non sappiamo usare i media e se lo facciamo è in modo stupido e primitivo. Non riusciamo a contrastare l’immagine di terrore in cui ci ha rinchiusi l’occidente.
CP - In Italia viene spesso giocata l’equazione tra critica a Sharon e antisemitismo. Cosa ne pensi?
MB - Ancora una menzogna. Chi dice questo non vuole ammettere che l’occupazione, e non la guerra che è altro, è qualcosa di atroce, che ti deprime, invade tutto, lo spazio fisico e quello interiore. Non possiamo avere una vita “normale”. Una volta qualcuno mi diceva che il suo grande sogno era avere la patente, guidare un’automobile senza i controlli della sicurezza. Capisci? Non c’è tempo per nulla sotto un’occupazione, neanche per l’amore, ci hanno rubato la tenerezza, le telefonate che si fanno gli adolescenti, i primi baci... Esiste solo l’esercito a cui si deve fare fronte. Gli israeliani non vogliono la pace, è evidente. E sai una cosa? Penso che Sharon sia il leader migliore per la causa palestinese e il peggiore per Israele. E’ stupido, li sta distruggendo, certo non sono contento, vorrei che il sangue si fermasse subito, ora. Ma lui non vuole e il futuro per questo è molto, molto incerto.

 


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