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Una vivida testimonianza sull’attacco portato dalle
forze dell’esercito israeliano nell’aprile 2002 ai
danni del campo profughi palestinese di Jenin, radendolo
al suolo totalmente.
Israele per ciò è stato accusato di
crimini di guerra da parte di numerose organizzazioni
umanitarie. Particolare attenzione viene rivolta alla
condizione ed alle voci dei bambini, nati e vissuti
e destinati a crescere in perenne stato di guerra
con la violenza come compagnia abituale.
IL PRODUTTORE ASSASSINATO
Iyad Samoudi, il produttore esecutivo di Jenin Jenin,
è stato ucciso a soli 25 anni dall' esercito
israeliano il 23 giugno 2002. Quella mattina, alle
4.30, i soldati erano arrivati per effettuare alcuni
arresti. Se c'era una cosa che Iyad - e, come lui,
la maggior parte degli abitati dei Territori occupati
- odiava, era l'umiliazione.
"Una volta mi aveva detto che avrebbe preferito
morire",
racconta Bakri che, assieme alla troupe, durante le
riprese aveva dormito nella sua casa.
Così quel giorno maledetto ha preso la porta
ed è scappato. Lo hanno colpito senza ragione.
Sposato alcuni mesi prima, senza figli, Iyad aveva
visto Bakri recitare in uno dei suoi film; voleva
lavorare per il cinema e l'aveva dunque ricercato.
"Era un ragazzo sveglio, sempre pronto a scherzare,
pieno di vita", dice il regista. Jenin Jenin
è dedicato a lui, che non ha nemmeno avuto
l' opportunità di vedere questo documentario
a montaggio finito.
MOHAMMAD BAKRI
Mohammad Bakri è nato in un villaggio della
Galilea 50 anni fa. E’ attore di teatro e di cinema,
produttore e regista.
Dai primi anni ’80 ad oggi ha interpretato moltissimi
film, soprattutto di autori israeliani e palestinesi.
Del 1984 è l’intenso ruolo di Issan, combattente
palestinese in carcere, nel film Oltre le sbarre dell’israeliano
Uri Barbash; nel 1991 guida un commando dell’OLP nell’antimilitarista
Cup final dell’israeliano ; nel 1995 è la volta
de La favola dei tre diamanti del palestinese Michel
Khleifi (storia di un bambino che riesce a sognare
nonostante viva nella Gaza sotto occupazione); nel
1996 interpreta il personaggio del “folle” Haifa nell’omonimo
film attraverso cui il regista Rashid Masharawi ci
mostra di cosa è fatta la vita in un campo
profughi palestinese; nel 1997 è la regista
algerina Rachida Krim a dirigere Bakri in Sotto i
piedi delle donne, film al femminile dedicato alla
lotta di liberazione algerina e presentato con successo
nell’edizione 1998 del Festival Cinema delle Donne
a Torino; sempre nel 1997 Bakri interpreta - e produce
– il film di Ali Nasser La via lattea, una storia
ambientata in Galilea negli anni ‘60 all’inizio dell’occupazione
israeliana; infine, lo scorso anno ha recitato in
Desperado Square di Benny Torati, una sorta di Nuovo
Cinema Paradiso trasportato all’interno di una comunità
di ebrei sefarditi che vive nei pressi di Tel Aviv.
Come regista ha girato due documentari. Prima di Jenin
jenin, ne girò un altro intitolato semplicemente
1948, è dedicato alla memoria della Nakba,
la Catastrofe, che colpì il popolo palestinese
all’indomani della proclamazione dello Stato sionista.
Gli anziani intervistati raccontano come persero tutto,
gli orrori della persecuzione e della deportazione,
come divennero rifugiati... E le loro testimonianze
sono intercalate dalle stupende liriche del grande
poeta Mahmoud Darwish interpretate da uno dei più
noti gruppi musicali palestinesi, Sabrine, e dalla
giovane figlia di Bakri, Yaffa.
LE CINEPRESE CLANDESTINE DELLA PALESTINA
Intervista a Mohamed Bakri, di Cristina Piccino (Il
Manifesto - 15 giugno 2002)
(…) Cristina Piccino - Parliamo del cinema
palestinese, di cui sei tra i protagonisti. Sta crescendo
una nuova generazione, penso a Elia Suleiman, Hany
Abu-Assad, regista di “Rana’s wedding”
... Mohamed Bakri - In Palestina non esiste
un’industria cinematografica.
Ci sono talento, passione per il cinema, voglia di
fare più che conoscenza. Pochi registi sono
andati a scuola, hanno avuto un’educazione professionale,
Elia Suleiman o Michel Khleifi, Rachid Masharawi non
ha mai studiato, ha fatto due film imparando sul campo.
Credo però che nel cinema come nella medicina
sia impossibile andare avanti solo con l’improvvisazione,
si devono avere delle conoscenze di base. Inoltre
non abbiamo sale cinematografiche, ce ne era una a
Ramallah che gli israeliani hanno distrutto, non abbiamo
pubblico perché la gente deve affrontare problemi
elementari come mangiare. Per girare i nostri film
abbiamo bisogno delle coproduzioni, la Palestina oggi
è un punto “caldo” del mondo, questo crea interesse
ma al tempo stesso la dipendenza rende più
faticoso essere liberi di raccontare la propria realtà.
CP - Cioè?
MB - Il punto non è fare o meno un film
sul paese d’origine, se sono un buon regista posso
girarne uno meraviglioso a Roma. La nazionalità
non dovrebbe diventare un valore. Ciò che conta
è la tua storia, l’infanzia, l’esperienze vissute,
quelle caratteristiche che formano la personalità
di ognuno. Nel cinema il cuore è l’essere umano,
da qui prendono forma le storie, i luoghi. Credo che
noi palestinesi abbiamo una forza speciale nella nostra
lotta per la dignità. Da 54 anni siamo senza
un paese, senza passaporto, viviamo in uno stato di
occupazione eppure proviamo a esistere, a cercare
un’identità. Il cinema è uno strumento
prezioso per tenere vivo nella memoria quanto ci è
stato rubato e distrutto nel 48. Israele continua
a accusarci dicendo che siamo terroristi e che vogliamo
annientarli. Ma sanno bene che è falso, possiamo
addurre molti esempi, l’ultimo quanto è accaduto
nel campo di Jenin.
CP - Come hai fatto a girare?
MB - Sono entrato clandestinamente, e solo
chi è stato lì può capire fino
in fondo cosa è accaduto realmente. Il terrore
della gente e l’intenzione di distruggere tutto, di
uccidere da parte di una macchina da guerra che stava
attaccando un piccolo campo profughi. Non voglio essere
aggressivo nelle mie frasi ma è stato un massacro.
Riprendere era molto difficile, i militari entravano
e uscivano, circondavano tutto. Dentro potevi vedere
la tragedia negli occhi dei sopravvissuti, sono stati
giorni molto duri per me e non come palestinese ma
da essere umano. Ero sconvolto, mi chiedevo continuamente
come fosse possibile che un uomo facesse questo a
un altro uomo, come fosse possibile tanta crudeltà.
C’erano delle frasi in ebraico sui muri tipo: “Buon
soldato, Jenin è casa tua, proteggila per favore”
dove avevano raso al suolo tutto. Nella moschea, un
luogo santo, avevano rovesciato le cassette delle
offerte rubando i soldi, sul muro avevano scritto
“Viviamo e dispensiamo vita”, avevano disegnato un
sarcastico fumetto con la colomba della pace. Ovunque
c’erano i nomi dei soldati con accanto “Io ero qui”,
per umiliarli marchiavano coi numeri i prigionieri.
CP - Il tutto nel silenzio dei potenti del
mondo.
MB - In Europa il senso di colpa per l’Olocausto
è ancora molto forte e noi paghiamo per questo.
Non posso accettare però che lo sterminio degli
ebrei compiuto da altri ricada su noi palestinesi,
ho l’impressione che neanche le nuove generazioni
tedesche abbiamo pagato un prezzo così alto.
CP - Pensi davvero che sia questo? O non
altro, per esempio interessi economici, la politica
dell’occidente verso il mondo arabo specie dopo l’11
settembre?
MB - Non mi piace fare dei paragoni ma è
incredibile come l’Europa abbia pianto per le Twin
Towers dimenticando che quanto hanno fatto gli Stati
Uniti in Iraq è molto peggio. C’è un
popolo che continua a morire di fame, di malattie
per il quale nessuno si preoccupa o ha simpatia. Mi
rattrista ciò che è accaduto a New York,
sono contro ogni forma di terrorismo ma non posso
dimenticare cosa è successo e continua a succedere
altrove. Il problema è che noi arabi non sappiamo
usare i media e se lo facciamo è in modo stupido
e primitivo. Non riusciamo a contrastare l’immagine
di terrore in cui ci ha rinchiusi l’occidente.
CP - In Italia viene spesso giocata l’equazione
tra critica a Sharon e antisemitismo. Cosa ne pensi?
MB - Ancora una menzogna. Chi dice questo non
vuole ammettere che l’occupazione, e non la guerra
che è altro, è qualcosa di atroce, che
ti deprime, invade tutto, lo spazio fisico e quello
interiore. Non possiamo avere una vita “normale”.
Una volta qualcuno mi diceva che il suo grande sogno
era avere la patente, guidare un’automobile senza
i controlli della sicurezza. Capisci? Non c’è
tempo per nulla sotto un’occupazione, neanche per
l’amore, ci hanno rubato la tenerezza, le telefonate
che si fanno gli adolescenti, i primi baci... Esiste
solo l’esercito a cui si deve fare fronte. Gli israeliani
non vogliono la pace, è evidente. E sai una
cosa? Penso che Sharon sia il leader migliore per
la causa palestinese e il peggiore per Israele. E’
stupido, li sta distruggendo, certo non sono contento,
vorrei che il sangue si fermasse subito, ora. Ma lui
non vuole e il futuro per questo è molto, molto
incerto.
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